giovedì 26 aprile 2012

Mattioli, il mistero negli oggetti


A Palazzo d'Accursio le sue tele dialogano con Morandi


Diceva Morandi che non c’è niente di più misterioso del visibile. L’affermazione può stupire perché, di solito, abbiamo un’idea banale del mistero. Lo colleghiamo a cose sconosciute e strane, a fenomeni scientificamente inspiegabili, magari (se abbiamo qualche bambino per casa) alle magie di Harry Potter. Non ci viene in mente che un bicchiere racchiuda un enigma, al massimo stiamo attenti che non si rompa. Invece Morandi, che ha dipinto nature morte tutta la vita, sapeva che le cose più semplici - un vetro, una bottiglia, un vaso - sono misteriose, anzi sono le più misteriose di tutte.


Mattioli (Modena 1911- Parma 1994) la pensava allo stesso modo. Lo dimostra l’antologica «Nature morte. Carlo Mattioli al Museo Morandi», curata da Simona Tosini Pizzetti, che attraverso una cinquantina di opere analizza appunto il colloquio del pittore modenese col maestro di via Fondazza: un colloquio intessuto di citazioni, omaggi, scontri e, soprattutto, della consapevolezza che ci sono più enigmi su un tavolo da cucina che in un tavolino per sedute spiritiche.



Le nature morte che Mattioli dipinge sono, ovviamente, diverse da quelle morandiane. Partecipi di una sensibilità informale (che non era estranea neanche all’ultimo Morandi, anche se ruppe l’amicizia col critico che osò scriverlo), le sue opere sono grumi di materia, ditate di colore, apparizioni spettrali che dell’oggetto hanno conservato solo l’estensione e il peso. Mattioli non dipinge brocche e bottiglie ma, verrebbe da dire, quello che ne è rimasto dopo una colata di lava, come se una nuova eruzione di Pompei avesse lasciato solo cenere, calchi, masse di argilla rappresa.



È appunto qui che Mattioli raccoglie non la lezione di Morandi (che era un’altra e non si poteva ripetere, a meno di diventare suoi epigoni), ma quel senso di mistero che l’artista bolognese insinuava nelle sue composizioni. Perché cosa sono le nature morte dipinte da Mattioli, se non oggetti irriconoscibili, anzi inconoscibili? Tu pensi, guardandoli, che siano vasi o libri o frutti su un tavolo, ma in realtà stai tirando a indovinare perché nessuna di quelle pennellate dense e malconce ti autorizza a identificarli. Degli oggetti, nei quadri di Mattioli, sono rimasti la materia e l’ombra, che danno l’idea di un mondo disadorno e, in tutti i sensi, con poca luce.



Da tutte le sue nature morte, insomma, sembra nascere una domanda: perché la vita deve essere così pesante, faticosa, grama? Cosa abbiamo fatto di male? Cos’è questa mano di calce che ricopre tutte le cose e da cui emerge solo qualche improvviso bagliore? Mattioli racconta appunto la sua “irritabilità metafisica”, come nota Vallora in catalogo. Anzi la fa raccontare a Morandi, di cui ci lascia un ritratto velenoso e indimenticabile, dove il pittore bolognese non ha quell’aria ascetica e ispirata che gli ha attribuito tanta critica agiografica, ma appare pensoso e insoddisfatto. Come chi si interroga e non trova risposte.


CARLO MATTIOLI AL MUSEO MORANDI
BOLOGNA, PALAZZO D'ACCURSIO
FINO AL 6 MAGGIO



FONTE: Elena Pontiggia (lastampa.it)

lunedì 23 aprile 2012

Luca Signorelli, tormenti e estasi del genio caro a Michelangelo



L'Umbria celebra il grande pittore cortonese, protagonista del Rinascimento. A Perugia la Galleria nazionale ricostruisce la carriera riunendo dopo 50 anni i suoi capolavori. L'itinerario ideale tocca Orvieto e Città di Castello


Si è nutrito della "calma spazialità" luminosa di Piero della Francesca, per maturare uno stile "impetuoso e tragico" nell'esaltazione delle figure che tanto piacerà a Michelangelo. E la tensione febbricitante dell'energia del corpo umano sarà, infatti, la cifra stilistica di Luca Signorelli (1445-1523), il cortonese "de ingegno et spirto pelegrino" come ebbe a definirlo Giovanni Santi, il padre di Raffaello, grande protagonista del Rinascimento umbro, che viene celebrato, dopo un'assenza di cinquant'anni, con una rassegna monografica dalla Galleria nazionale dell'Umbria dal 21 aprile al 26 agosto, che si articola in un ideale itinerario dei tesori nelle altre due tappe, Orvieto tra Duomo, Museo dell'Opera e chiesa dei Santi Apostoli, e Città di Castello con la Pinacoteca Comunale.

Un evento con oltre 100 opere, di cui 66 del pittore cortonese, dal ricco parterre di istituzioni sostenitricie l'organizzazione di Civita, curato da Fabio De Chirico, Vittoria Garibaldi, Tom Henry e Francesco Federico Mancini, che vanta la primizia di mettere insieme eccezionalmente un repertorio di capolavori, le "Madonne" di Boston, Oxford e Venezia, a confronto con l'affresco staccato di Città di Castello, coronate della suggestione della "Presentazione al Tempio" (ex Cook e già Morandotti) fresca di battuta all'asta da Sotheby's a New York e oggi concessa in prestito dal nuovo proprietario. Un trionfo di lavori giovanili che sviscerano tutta l'influenza della lezione pierfrancescana. Un liaison che viene esaltata dalla presenza, come prologo al percorso, dalla "Madonna di Senigallia", gioiello maturo del pittore di San Sepolcro arrivato dalla Galleria Nazionale delle Marche, in duetto mozzafiato col polittico di "Sant'Antonio da Padova", della Galleria Nazionale. 

E' la definizione che ne dà Giovanni Santi, padre di Raffaello, a cogliere l'intima essenza di questa artista: "Ne illumina bene il profilo tanto irrequieto e girovago, quanto intellettualmente vivace", commentano i curatori. caratteristica del Signorelli è la "straordinaria forza creativa, che partendo da premesse pierfrancescane subito dopo si concede, al pari di Perugino e Bartolomeo della Gatta, alle tensioni lineari del Verrocchio". Elemento che si coglie "soprattutto nella rappresentazione del nudo, che è pervasivamente presente in quasi tutta la sua produzione - avvertono i curatori - A volte carichi di energia come nella Flagellazione di Brera, a volte rilassati come nella Corte di Pan, i nudi di Signorelli costituiscono il leitmotiv del suo lungo percorso figurativo, attestando un forte interesse per l'anatomia del corpo umano insieme all'ammirazione per l'antico". 

Ed è proprio il percorso della sua produzione che cerca di riproporre la mostra. Dopo gli esordi pierfrancescani, ecco le opere che "toccano il problema, tuttora in discussione, dell'incontro a Firenze con Andrea del Verrocchio - avvertono i curatori - Una bellissima testa di San Girolamo, ascrivibile a quest'ultimo e proveniente dalla Galleria Palatina di Firenze, dà modo di comprendere il senso e la portata di quell'incontro". E il legame col Perugino emerge anche dal coinvolgimento di Signorelli nel cantiere della Cappella Sistina: "La critica è concorde nel riconoscere l'intervento di Signorelli nel riquadro raffigurante Il testamento e la morte di Mosè, presentato qui in mostra sia attraverso un'incisione ottocentesca di Ludovico Ferretti, sia attraverso un acquerello di Eliseo Fattorini concesso in prestito dal Victoria and Albert Museum di Londra", dicono i curatori. 

Dopo questa breve ma esaltante esperienza, eccolo alle prese con quello che sarà il punto di snodo del percorso, la cosiddetta Pala di Sant'Onofrio del Duomo di Perugia. Fino a quelli che sono gli "autentici vertici della pittura rinascimentale italiana", come sottolineano i curatori - la Sacra Famiglia Pallavicini Rospigliosi, il Tondo di Monaco, la Sacra Famiglia degli Uffizi, nota come Madonna Medici, la Sacra Famiglia della Galleria Palatina di Firenze, la Sacra Famiglia del Musée Jacquemart-Andrè di Parigi e il bel tondo della Fondazione Zamberletti di Fiesole. Il resto della monumentale vertigine dell'arte di Signorelli lo regalano il grandioso ciclo del Giudizio Universale nella Cappella di San Brizio nel Duomo di Orvieto (1499-1504), culmine della pittura rinascimentale, con le famosissime immagini del Finimondo, dell'Inferno e del Paradiso, puntuale precedente della pittura di Michelangelo. 

Notizie utili - "Luca Signorelli. de Ingegno et spirto pelegrino", 21  aprile  -  26 agosto 2012
Galleria Nazionale dell'Umbria a Palazzo dei Priori Corso Vannucci, 19, Perugia. 
Orari: tutti i giorni dalle ore 9.00 alle 19.00.
Ingresso:  intero € 10,00, ridotto €   8,00
Info:             199 757513      
Catalogo: Silvana Editore
Altre sedi: Orvieto e Città di Castello

mercoledì 18 aprile 2012

Sanna Kannisto, "ricercatrice visiva"



METRONOM è lieta di annunciare CLOSE OBSERVER, prima mostra in Italia dell’artista finlandese Sanna Kannisto, che si inaugura sabato 14 aprile alle 18.30. In mostra una selezione di fotografie recenti, di grande e piccolo formato, che costituiscono un significativo percorso visivo sulla sua ricerca. La mostra è realizzata con il patrocinio dell’Ambasciata di Finlandia a Roma.
 
Il lavoro di Sanna Kannisto è un'acuta esplorazione del rapporto tra arte e scienza, e tra natura e cultura. Le sue fotografie sono frutto di lunghi periodi trascorsi nelle foreste pluviali dell'America Latina, vivendo in basi scientifiche e lavorando sul campo a fianco dei biologi. 



Prendendo le mosse dai modelli di rappresentazione visiva della flora e della fauna propri della cultura scientifica occidentale, l'artista presenta al nostro sguardo esemplari botanici e animali rari e spettacolari. Al tempo stesso, rendendo evidenti gli strumenti e i processi di studio delle specie e di costruzione dell'immagine, rivela l'artificio che ci permette di osservare e comprendere analiticamente la natura, dando vita a una potente metafora sul ruolo dell'arte e della scienza nella definizione del rapporto tra l'uomo e le altre specie viventi. Come lei stessa dichiara: “Con il mio lavoro  cerco di studiare i metodi, le teorie e i concetti attraverso i quali ci rivolgiamo alla natura, attraverso sia l’arte  che la scienza. Come artista sono attratta dall’idea che quando lavoro nella foresta pluviale agisco come una  ricercatrice visiva. Scattare foto “sul campo” è diventato quindi ben presto uno dei miei più importanti metodi  di lavoro. La “scatola” fotografica mobile che ho costruito, ha  le caratteristiche di un palcoscenico sul quale  va in scena la natura, con me come regista”. 


Sanna Kannisto (nata ad Hämeenlinna, Finlandia, 1974. Vive a Helsinki). Il suo lavoro è stato esposto in alcune delle più prestigiose  istituzioni artistiche internazionali: Centre Pompidou, 2009; Museum of Modern Art, New York, 2008; Maison Européenne de la  Photographie, Parigi, 2008; Fotomuseum, Winterthur, 2007; Finnish Museum of Photography, Helsinki, 2007. Recentemente le hanno  dedicato mostre personali la Aperture Gallery, New York (2011), e il Sørlandets Kunstmuseum, Kristiansand, Norvegia.  


FONTE: ilgiornale.it

lunedì 16 aprile 2012

Diabolik compie 50 anni, a Napoli una mostra per celebrarlo


CINQUANT’ANNI VISSUTI DIABOLIKAMENTE è la mostra celebrativa per il primo mezzo secolo di vita del Re del Terrore, al PAN | Palazzo delle Arti Napoli dal 6 aprile al 2 maggio 2012.


Oggi ci troviamo a festeggiare i cinquant’anni di Diabolik, nato nel 1962 dalla fantasia di due signore della buona borghesia milanese,Angela e Luciana Giussani. E lo facciamo con una mostra degna dell’inossidabile successo del Re del Terrore, ormai entrato nell’immaginario collettivo degli italiani, anche di quelli che non ne hanno mai letto un fumetto.

La mostra, che ha inaugurato il suo viaggio in Italia a Milano lo scorso marzo, vuole raccontare mezzo secolo di vita del Re del Terrore, dagli esordi a oggi, e per farlo si sviluppa in una serie di teche contenenti cimeli e diabolike memorabilia, arricchite da monitor con filmati d’epoca, carrellate di immagini, foto e disegni. 


Sono anche a disposizione del pubblico dei totem interattivi (touch screen) su cui è possibile sfogliare i fumetti e compiere ricerche a tema sui contenuti degli oltre settecento episodi di Diabolik pubblicati sino a oggi.

Inoltre su un grande schermo LCD si può vedere il documentario Le sorelle Diabolike dedicato alla vita e all’opera di Angela e Luciana Giussani.
 
Dopo Milano, la mostra è ospitata al PAN | Palazzo delle Arti Napolidal 6 aprile al 6 maggio in occasione della XIV edizione di Napoli COMICON, per poi proseguire il suo viaggio nelle più importanti manifestazioni dedicate ai fumetti… e non solo.

 
Eccezionalmente e solo in occasione della tappa napoletana, alla mostra è abbinata un’esposizione dal titolo: DIABOLIK AL MURO che propone una panoramica dei manifesti, delle locandine, dei poster, delle stampe artistiche (e altro ancora) dedicate a Diabolik ed Eva Kant, realizzati per i più diversi scopi nell’arco dei cinquant’anni di storia dei personaggi.

Da non perdere la serata speciale al Duel:Beat in tema Diabolik sabato 7 aprile!


La mostra, a cura di Astorina e Napoli COMICON, è a ingresso gratuito e rispetterà i seguenti orari:
da lunedì a sabato ore 9.30-19.30
domenica e festivi ore 9.30-14.30
chiuso il martedì
PAN | Palazzo delle Arti Napoli, via dei Mille 60 - 80121 Napoli

Per INFO: Tel:             +39 0814238127      
Antonio Iannotta
antonio@comicon.it
www.comicon.it

FONTE: comicon.it

domenica 15 aprile 2012

L'erotismo jazz di Lelio Luttazzi



Il suo romanzo postumo (e autobiografico) è un inno alla libertà di pensiero e di costumi

Apologo, tragicommedia, romanzo di formazione: L'erotismo di Oberdan Baciro, romanzo rimasto per più di trent'anni nel cassetto del grande Lelio Luttazzi, attinge a questi generi con lo humour, la levità e lo stile che erano tipici del re dello swing italiano. A quasi due anni dalla morte, avvenuta nella sua Trieste dove era appena tornato dopo una vita passata prima a Milano e poi a Roma, viene pubblicato il suo secondo libro. L'eclettico personaggio, autore di canzoni e colonne sonore, direttore d'orchestra, conduttore radiofonico e televisivo, attore, showman, ebbe anche un côté da scrittore. Scrisse racconti e romanzi, ma finì per pubblicare un solo libro, Operazione Montecristo , in cui ricapitolava l'ingiustizia dell'arresto e dei 27 giorni di detenzione subiti per un'intercettazione mal interpretata, frutto di un trucchetto di Walter Chiari, lui sì consumatore di cocaina, che aveva ingaggiato l'ignaro Lelio per mettersi in contatto con uno spacciatore (senza poi chiedere scusa per il disastro combinato).

Per Luttazzi, quell'arresto fu un baratro psicologico. Orfano di padre poco dopo la nascita, figlio unico di una maestra bigotta e innamorata del Duce, aveva in sé un fortissimo senso del rispetto della legalità e dell'importanza della reputazione. Visse come uno shock irreversibile l'esperienza della galera e dei «pubblici accusatori del paleolitico sistema giudiziario italiano, che, nel dubbio, intanto schiaffano in galera anche le persone per bene, e poi si vedrà». E meno male che la madre era morta, riuscì solo a pensare prima di sprofondare in una sottile forma di depressione, sfilandosi dalla scena all'apice del successo.
Era il 1970, e Luttazzi aveva solo 47 anni. Benché completamente scagionato, non riuscì più a riprendersi la vita che aveva sino a quel momento costruito. Si diede all'oblomovismo (il pigro Oblomov dell'omonimo romanzo di Goncharov era il suo eroe letterario) e, appeso il pianoforte al chiodo, si chiuse in casa a «guardare la televisione per odiarla» e a leggere compulsivamente giornali e romanzi, fino agli ultimi anni, quando la moglie Rossana riuscì a scuoterlo dal suo torpore per dargli il piacere di essere ancora amato dal pubblico a ottant'anni, dopo quasi trenta di assenza dalle scene.
Antifascista in un tempo in cui esserlo aveva un senso, libertario, borghese, per nulla comunista, scardinatore di luoghi comuni, e sempre con humour, mai con veemenza: questo era Lelio Luttazzi. Pochi anni dopo Operazione Montecristo, verso la fine degli anni Settanta, si dedicò a una prima stesura di L'erotismo di Oberdan Baciro, e, durante una vacanza a Tellaro, diede da leggere il manoscritto a Mario Soldati, che lo incoraggiò a farlo pubblicare e a scrivere un nuovo romanzo. Tanto che, poiché Lelio non aveva portato con sé la macchina da scrivere, gliela prestava Soldati nelle ore in cui non la utilizzava, facendo lasciare dall'autista la sua Adler sullo stuoino della casa affittata da Luttazzi, insieme a biglietti d'incoraggiamento vergati col suo inconfondibile inchiostro verde. Ma Luttazzi, così come finì per non pubblicare le sue colonne sonore, fece altrettanto con il romanzo (che pure, nella bozza originale, è costellato di «note per l'editore»). Come dichiarò in una bella intervista a Gian Antonio Stella, «dopo quello che mi è successo ho detto, con rispetto parlando: andatevene tutti a cagare». Pensando alle fatiche, alle delusioni e all'esposizione che seguono la pubblicazione di un libro o di un disco, preferiva lasciar perdere e continuare la sua vita nascosta, al riparo dal mondo che tanto l'aveva deluso.
Ma l'anno scorso, sua moglie Rossana, mettendo a posto l'archivio di Luttazzi per la fondazione a lui intitolata (www.fondazionelelioluttazzi.it, sostiene i nuovi talenti del jazz), ha ritrovato il romanzo, ed eccoci qui a godere di queste pagine, nel nome di Lelio, del suo humour, del suo pensiero, delle sue dissacrazioni. Diciamo che per chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e frequentarlo, come è capitato a me, leggere la storia di Oberdan dà la sensazione di sentire la sua voce e i suoi mille aneddoti. La «ero-storia» del piccolo protagonista ricalca esattamente quella del piccolo Lelio. Ma racconta anche il suo pensiero di adulto, libertario e libertino, insofferente delle proibizioni della morale: «L'eros, l'unica verità universale e inestinguibile che la Creazione ha elargito agli esseri viventi. Giacché è tempo di convincersi che, quanto agli altri valori ereditati dalla nostra millenaria "civiltà", forse NON ERA VERO NIENTE».
Oltre che libertino, Luttazzi era anche un igienista, un uomo che teneva molto ad avere un aspetto elegante e ordinato, uno snob della dizione (non sopportava certi accenti e intonazioni volgari), un autoironico radicale, una persona con uno spiccato senso del dovere. Tutti aspetti che troviamo nella storia tragicomica della carriera erotica di Oberdan, che inizia verso i quattro anni e termina a diciotto, con un finale-sberleffo in puro stile Luttazzi.
Oberdan si chiama così perché la madre vedova «irredentista, patriota, fascista e rompicoglioni» gli ha imposto il nome del martire triestino. Trasferitasi per qualche anno da Trieste a Prosecco, dove ha un incarico di maestra, reprime dispoticamente il figlio, che sin dai quattro anni ha vibranti pulsioni erotiche. Impossibile però sfogarle con le compagne di classe, «figlie di rozzi vaccaroli sloveni». Siamo nei primi anni Trenta, e tutta la battaglia del piccolo Oberdan/Lelio si svolge contro il «rigorismo clerico fascista» di genitori che reprimono gli istinti e le curiosità spontanee dei loro bambini. Nel racconto della formazione erotico-onanistica di Oberdan e delle sue disavventure da Prosecco a Trieste, c'è anche l'insofferenza di Lelio per le pratiche del fascismo («marinare le stramaledette adunate in divisa da avanguardista»), ci sono esilaranti scambi di battute in dialetto triestino, c'è la «sbandata per il jazz» i cui adepti si radunavano per ascoltare i dischi di Ellington e di Armstrong «come carbonari risorgimentali».
Va detto che il romanzo di Luttazzi non è uno dei tanti prodotti di consumo di cui sono invase le librerie, magari anche gradevoli o brillanti o profondi, ma sostituibili e soprattutto comparabili. Perché L'erotismo di Oberdan Baciroracconta una battaglia oggigiorno quasi vinta (il gap tra genitori e figli è ormai più sul piano tecnologico che su quello della morale sessuale) ma col sapore vero di un'epoca e di una libertà di pensiero. Leggendolo sarete spiazzati, sarete compiaciuti, sarete avvinti, e per tutta la durata della lettura non ve ne fregherà niente della contemporaneità romanzesca - le Torri gemelle, i matrimoni gay, la letteratura dell'emigrazione. Vi berrete l'esilarante descrizione di un «figlio unico di madre vedova solitario, frustrato e pipparolo»", la qualità della scrittura - a tratti scanzonata, a tratti da tema del liceo classico -, il vivido ritratto della Trieste di quegli anni, con l'aristocrazia locale, quasi tutta d'origine ebraica, e il disprezzo per «i vaccaroli ruvidi e letamaici» sloveni, il sogno «principesco, imperiale, asburgico» in opposizione alla cafonaggine del fascismo, i riferimenti culturali sempre azzeccati («il nefando olezzo di quel salotto che pareva un'intuizione fogazzariana perfezionata dal più scatenato Pasolini»), e soprattutto la denuncia di una cultura che cercava di terrorizzarti fin da bambino con le parole «ATTI IMPURI... PECCATO MORTALE... FIAMME ETERNE». Infatti, come dice Luttazzi/Baciro, «Pornografi - o meglio pornologi - non sono coloro che, in nome del sacrosanto diritto all'edonismo, procurano piacere a se stessi e a quanti più altri gli riesce, ma coloro che, nel cesso di un ristorante, non si degnano di alzare la ciambella di legno prima di pisciare, e la lasciano regolarmente costellata di schizzi».
FONTE: Camilla Baresani (corriere.it)

sabato 14 aprile 2012

L'Appia Antica a piedi Grand tour tra mito e scoperte



Roma, la Regina Viarum svela i suoi tesori tra restauri e recenti scoperte con trekking archeologici guidati. Dalla Villa dei Quintili, che ha stregato anche Woody Allen, a Capo di Bove dove si possono ammirare i reperti riportati alla luce sotto gli antichi basoli


Seguire le orme della storia, dove le testimonianze sembrano affondare le radici nel mito, e incantarsi al cospetto della grandiosità antica immersa nella campagna romana, come facevano gli illustri protagonisti del Grand Tour settecentesco, da Goethe a Piranesi. E' questa l'esperienza che riserva l'Appia Antica che svela il suo patrimonio di ville, cisterne, monumenti, torri, sepolcri, santuari, castelli e tumuli leggendari attraverso la bella rassegna "Appiappiedi" promossa dalla Soprintendenza speciale ai beni archeologici di Roma e organizzata dalla società PierreciCodess. 

Ogni domenica, a partire dal 15 aprile, nei mesi di aprile e maggio, per poi riprendere a settembre e ottobre, viene proposto un trekking archeologico guidato di circa due ore e mezza, che dalla Villa dei Quintili arriva alla Villa di Capo di Bove, risalendo per circa due miglia la Regina Viarum, attraversando passaggi inediti e visitando aree di scavo, costeggiando i vari monumenti, epigrafi, statue acefale un tempo recanti volti di matrone e nobili dell'epoca, edifici sepolcrali a tempietto, lapidi del II sec d. C. decorate con festoni, e tanto altro nell'incantevole scenario di questa strada, museo a cielo aperto che aspetta ancora una legge speciale che la consacri definitivamente Parco archeologico. 

"Con questa iniziativa il visitatore può cogliere finalmente il senso complessivo dell'Appia nei secoli, col suo 
sistema di ville e monumenti funerari che si scoprono strada facendo sotto la guida dell'archeologo", sottolinea la direttrice Rita Paris. Dal suo debutto storico, come crocevia di popoli e di genti dal 312 a. C., quando fu realizzata per unire Roma alla Campania e poi a Brindisi, via della Grecia e dell'Oriente. Passando per il medioevo, quando col declino dell'Impero, divenne patrimonio di San Pietro. Fino a cogliere i fatti più recenti, l'assetto che ha ricevuto alla metà dell'800 coi restauri del Canina, e le ville dei privati scelte come residenza di lusso negli anni '50 e '60 del Novecento. Novità dell'edizione, insieme alla passeggiata si può gustare un brunch prodotti e ricette tipiche della campagna romana a Villa di Capo di Bove, una delle ultime acquisizioni della soprintendenza, dove è stato riportato alla luce l'impianto termale di un'antica abitazione romana. 

Prima tappa, la Villa dei fratelli consoli Quintili, passati tragicamente alla storia per essere stati vittime dell'avidità dell'imperatore Commodo che li fece trucidare per impossessarsi della loro meraviglia residenziale. Talmente bella, con le nuove aree venute alla luce dopo le indagini archeologiche, da essere stata scelta da Woody Allen come set per alcuni scene del suo imminente film romano. Dal ninfeo fortificato si esce eccezionalmente in questa occasione al V miglio, all'altezza della celebre curvatura del rettifilo che accarezza i mitici Tumuli degli Orazi e Curiazi, che in questi giorni è diventato oggetto di studio e di indagini da parte dell'università olandese di Nijmegen, la prima istituzione straniera ad aver avuto in concessione uno scavo che riserverà nuove scoperte. 

Ecco, subito dopo, la misteriosa torre a piramide: si dice sia la tomba dei fratelli Quintili ma sicuramente è un altro degli esempi che illustra lo stile e l'arte egittizzante di gran voga a Roma nel I sec. a. C. E si possono già scorgere i casali della tenuta di S. Maria Nova, al centro di un vasto intervento di restauro e scavo, che nella primavera 2013 l'aprirà al pubblico come nuovo grande centro di accoglienza dell'Appia. Seguendo la strada verso Roma, si incontrano i "monumentini" funerari e si arriva fino al Mausoleo di Cecilia Metella e al Castrum Caetani, antica dogana del medio evo. E' l'occasione per scoprire anche tante notizie sulla geologia dell'Appia, come la straordinaria colata vulcanica di Capo di Bove di 260 mila anni fa che ha prodotto una lingua di lava che termina a Cecilia Metella. 

Epilogo, Capo di Bove, sede dell'Archivio Cederna, dove saranno esposti anche reperti frutto di una recente scoperta durante i lavori di restauro del tratto di strada al IV Miglio. "Smontando i basoli abbiamo ritrovato interrati una serie di frammenti lapidei di epoca augustea appartenenti ai monumenti funerari della strada  -  racconta la direttrice Rita Paris - Le parti decorative si sono perfettamente conservate. Sono riemersi anche epigrafi, fra cui una che rimanda alla Gens Statilia, la stessa legata alla storia della basilica sotterranea di Porta Maggiore. Pensiamo che siano stati inseriti durante i lavori di pavimentazione del Canina. Ora stiamo studiando una loro ricomposizione e interpretazione". 

Notizie utili - "Appiaappiedi", dal 15 aprile 2012, ogni domenica aprile e maggio, settembre e ottobre. Appuntamento, Villa dei Quintili, via Appia Nuova 1062, Roma. Ore 10.30. Ingresso: €6 per biglietto integrato musei Appia, + €8 per tour guidato (+ €8 facoltativo per brunch). Per informazioni: tel. 0639967700; www.pierreci.it 2

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it) 

martedì 10 aprile 2012

Torna in scena la Città ideale. Urbino rivive la sua utopia



Una grande mostra celebra l'enigmatica idea urbanistica e allo stesso tempo "filosofica", ricostruendone la storia nel Rinascimento. E nuove indagini diagnostiche ne svelano qualche segreto. Ovviamente nel Palazzo Ducale di Federico da Montefeltro


"La Città Ideale", il più grande mistero del Rinascimento, torna a far parlare di sè con una straordinaria mostra che si apre dal 6 aprile all'8 luglio alla Galleria nazionale delle Marche, nelle sale d'orgoglio antico di Palazzo Ducale. L'enigmatica tavola di cui non sono stati ancora identificati autore nè funzione (si parla di una spalliera), è opera tra le più note al mondo perché compendia arte pittorica, scienza prospettica, speculazione filosofica, architettonica e urbanistica, nel segno della civiltà fiorita a Urbino alla metà del '400, all'ombra dell'illuminato e raffinato Duca Federico da Montefeltro.

Ma la mostra, curata da Lorenza Mochi Onori e Vittoria Garibaldi, col progetto scientifico di Alessandro Marchi, qualche novità la svela. "Per la Città Ideale di Urbino e per le sue due opere gemelle, quella di Baltimora in mostra, e quella di Berlino impossibilitata a viaggiare per le pessime condizioni conservative, è stato messo in campo un progetto internazionale che vede collaborare le università di Urbino, Bologna e Perugia con il Metropolitan Museum, per effettuare delle indagini diagnostiche non invasive sulle tre tele", annuncia Vittoria Garibaldi.

Se i risultati ufficiali saranno oggetto di giornate di studio a giugno, già da ora si possono anticipare le  scoperte sulla tavola urbinate e quella di Baltimora: "Per la nostra tavola - racconta la soprintendente di Urbino Maria Rosaria Valazzi - grazie alle riflettografie, sono stati identificati tutti i colori blu lapislazzuli con le gradazioni totali dal chiaro allo scuro. E' stato individuato il tracciato di tutte le incisioni delle architetture alla base del quadro. Inoltre, nella porta aperta dell'edificio centrale è stato trovato il foro del compasso da cui tutto ha origine. Ancora, i particolari dell'opera sono fatti col carboncino. Infine, dalle indagini è emerso che l'edificio centrale prima era stato concepito rettangolare, poi cambiato nella versione circolare". 

Dagli approfondimenti sull'opera, dunque, gli studiosi evidenziano un'esecuzione tecnica che porta stilisticamente verso l'ambito fiorentino. "C'è un progetto prospettico rigidissimo che potrebbe risalire ad un architetto - racconta la Valazzi - di contro l'esecuzione pittorica è talmente raffinata da far pensare ad un pittore". Allo stato attuale, dunque, non si riesce a identificare una personalità specifica. Le ipotesi in gioco richiamano i nomi di Luciano Laurana, che però muore prima dell'esecuzione dell'opera (1480-1490 circa), Leon Battista Alberti, di cui però non è documentata nessuna attività pittorica, e Piero della Francesca, che però morirà due anni dopo cieco. 

Sulla tavola gemella della Walters Art Gallery di Baltimora, le indagini hanno svelato che le figure umane in primo piano sono state aggiunte in un secondo momento, ma la tecnica esecutiva con la griglia di incisioni è affine. Dettaglio, questo, che comincia ad emergere anche nella tavola di Berlino. Interrogativi che continuano ad aleggiare nelle sale di Palazzo Ducale, dove le opere meravigliose raccolte per la prima volta ricostruiscono il tracciato della realizzazione di questo capolavoro fatto di armonia e bellezza. 

Si parte da una delle prime riprese della città dall'alto col metodo cosiddetto "a volo d'uccello" del Sassetta, ad una delle prime "fotografie" della città che accoglie l'evento miracoloso, nel "Miracolo di San Zanobi" di Domenico Veneziano. E l'evento intimo dell'Annunciazione, nel Rinascimento, si sposta nelle vie della citta', così come le Storie di Sa Bernardino che scorrono sulla facciata del Tempio Malatestiano disegnato da Leon Battista Alberti. Edicole, portici, logge, tempietti, tutto diventa quinta teatrale nelle pitture della metà del '400. L'Annunciazione del Perugino lascia intuire una conoscenza fotografica dell'architettura urbinate. Cosi', le tarsie di legno dei cori ecclesiastici, i trattati di Piero della Francesca, i disegni di Raffaello, in cui l'architettura rinascimentale trova uno sviluppo compiuto. 

La mostra, promossa da Ministero, direzione regionale, soprintendenza, Regione, Provincia e Comune di Urbino, organizzata da Civita, ha un preciso obiettivo: "Raccontare l'universo filosofico e politico di equilibrio assoluto di Federico da Montefeltro, mai più raggiunto nella storia", dice Lorenza Mochi Onori.

Notizie utili - "La Città Ideale. L'utopia del Rinascimento a Urbino tra Piero della Francesca e Raffaello", dal 6 aprile all'8 luglio 2012, Galleria nazionale delle Marche.
Orari: martedì'-domenica 8:30-19:15, lunedì' 8:30-14.
Ingresso: intero 9 euro, ridotto 7 euro.
Informazioni: 199757518.
Catalogo: Electa.

FONTE: Laura Larcan (repubblica.it)