lunedì 29 giugno 2015

Bergamo, riapre Accademia Carrara, viaggio nel Rinascimento Italiano

Bergamo, riapre Accademia Carrara, viaggio nel Rinascimento Italiano
 
Bergamo. Torna a splendere uno dei più importanti musei d'arte. Nuovo percorso espositivo, con oltre 600 opere, e importanti adeguamenti sul fronte delle tecnologie al servizio del pubblico e della stessa delle opera
 
Uno autentico scrigno contenente capolavori artistici di grandissimo pregio ha riaperto le sue porte al pubblico, dopo sette anni, lo scorso 23 aprile. L’Accademia Carrara di Bergamo si presenta ora in un’altra veste, totalmente rinnovata e con alcune importanti novità: la ristrutturazione della sede neoclassica, il nuovo allestimento, la campagna di restauri dei capolavori, il completo aggiornamento dei servizi per il pubblico e la valorizzazione della collezione in Italia e nel mondo.  Non è stato un percorso veloce e ci sono voluti 12 milioni di euro di investimenti, (il Comune della città ha sostenuto l’intervento con oltre 10, ai quali si deve aggiungere il finanziamento di 1.250.000 euro della Fondazione Credito Bergamasco che ha consentito di completare l’allestimento museale) e ora Bergamo è molto orgogliosa del suo più importante museo. Nata nel 1796 dall’idea visionaria del nobile bergamasco Conte Giacomo Carrara, l'Accademia si distingue nel panorama artistico italiano per identità e qualità del suo patrimonio ed è fra le più affascinanti raccolte di arte antica e rinascimentale del mondo. Oggi, la nuova Carrara, si propone anche come modello di museo per il XXI secolo. Le principali novità si ritrovano nel percorso e della distribuzione degli spazi.
E' composta da ventotto sale, tredici al primo piano e quindici al secondo a cui si aggiungono il reparto didattico, il museum shop e la sala video. Abbondante poi la presenza di supporti tecnologici che hanno reso la nuova Carrara più efficiente,  più accogliente, e capace di ospitare un pubblico molto differenziato nell’età.

Durante gli anni del restauro architettonico, serviti per intervenire sullo storico edificio neoclassico, progettato da Simone Elia, è stato anche riprogettato il percorso museale. Infatti, l’ordinamento della collezione permanente, che comprende un totale di oltre 600 opere esposte tra dipinti, in larga maggioranza, e sculture, è stato modificato in senso cronologico: i cinque secoli si percorrono a partire dal Quattrocento sino alla fine dell’Ottocento, toccando le principali scuole pittoriche italiane, dalla Lombardia al Veneto, dal Piemonte all’Emilia Romagna, dalla Toscana all’Umbria e non mancano sguardi alla pittura d’oltralpe, specialmente alle Fiandre e all’Olanda. Quindi, i più grandi nomi della storia dell’arte compresi tra il XV e il XIX secolo, si possono incontrare in sequenza temporale e stiamo parlando di Donatello, Pisanello, Mantegna, Giovanni Bellini, Botticelli, Raffaello, Tiziano, Baschenis, Fra Galgario, Tiepolo, Canaletto e Piccio; l’Accademia Carrara vanta inoltre tra i più ampi corpus al mondo di Lorenzo Lotto e di Giovan Battista Moroni. Molti poi gli interventi di recupero e rispristino delle opere che hanno interessato alcuni capolavori tra cui il San Sebastiano di Raffaello (1501), la Madonna con bambino di Andrea Mantegna (1480), il Ritratto di giovane di Giovanni Bellini (1475-78), il Ritratto di gentildonna di Giovan Battista Moroni (1570), la Madonna col bambino di Carlo Crivelli (1480-83), il Sant’Ambrogio battezza Sant’Agostino di Antonio Vivarini (1435-40), il Ritratto di giovinetta con ventaglio di Pitocchetto (1740) oltre a opere di Cima da Conegliano, Pintoricchio, Altobello Melone, Giovan Battista Tiepolo.

Proprio in questi giorni è nata la Fondazione Accademia Carrara e con la firma avvenuta nella mattina di giovedì 25 giugno, è ufficialmente iniziato il nuovo corso di gestione della pinacoteca di Bergamo. La Fondazione avrà il compito di promuovere la fruizione pubblica del patrimonio artistico, in linea con i principi enunciati dal suo originario fondatore ovvero: “promuovere lo studio delle belle arti onde giovare alla Patria e al Prossimo". Il CDA nominerà il futuro direttore della Carrara, che sarà affiancato anche da un Comitato scientifico e da un Advisory board: “Si tratta di un passo molto importante – ha sottolinea il Sindaco di Bergamo Giorgio Gori, e presidente della Fondazione – che doterà l’Accademia Carrara di una governance moderna e in grado di rispondere in modo più efficace alle numerose esigenze di cui necessita una pinacoteca di così alto livello e prestigio.” Il lavoro di valorizzazione del ricco patrimonio si è già in parte concretizzato con la realizzazione di mostre, pensate in collaborazione con prestigiose sedi museali estere, dall’Austria, alla Russia, agli Stati Uniti, un'apertura in più per l’Accademia Carrara che permetterà una maggiore diffusione della grandezza del Rinascimento italiano.
 
FONTE: Valentina Tosoni (repubblica.it)

domenica 28 giugno 2015

I vizi capitali secondo il consumismo

 
Un artista dipinge scheletri e teschi animali con loghi di brand: simbolismo religioso e consumismo secondo l'arte
 
Quelle di Gurt Swanenberg sono opere d’arte che non si vedono tutti i giorni. Questo artista olandese è riuscito ad un unire in un solo progetto simbolismo della fede, retaggi culturali antichi (ma per qualcuno ancora attuali), consumismo e mercato globale contemporaneo, e un piccolo gusto per il macabro estetizzato. L’artista ha infatti dipinto scheletri e teschi di animali con una sorta di collage di loghi e brand ben riconoscibili, ognuno dei quali rientra in un settore di mercato preciso, nella serie 'Sins'. A tale settore, come a tale animale, corrisponde infatti uno dei sette peccati capitali per come erano percepiti e simboleggiati nel 17esimo secolo.

Un gioco artistico che va avanti e indietro nel tempo e nell’identità collettiva, dall’epoca in cui i ‘taolennou’ - tavole didattiche con disegni di animali e simboli - spiegavano ai poveri e agli illetterati i pericoli del peccato, all’epoca in cui i simboli dei brand, i loghi, puntano dritto ad un soggetto non più illetterato ma forse non del tutto consapevole di cosa sta acquistando e consumando. L’artista è affascinato dall’identificazione dei vizi capitali, dalla loro interpretazione e dalla simbologia della fede cristiana, elementi che nel corso dei secoli sono mutati diverse volte.

Ma come un moderno Dante Alighieri, al posto di gironi e incontri con peccatori sostituisce i prodotti commerciali che più rispecchiano i peccati, e forse un pochino anche li istigano. Ecco che la Gola è rappresentata dal teschio di maiale tappezzato di loghi di merendine, caramelle, bibite, fast food; l’Ira è il teschio di leone ricoperto di brand dell’industria bellica e simboli nazisti; la Superbia è lo scheletro di pavone tempestato di loghi di moda e gioielleria; l’Avarizia è rappresentata da scheletri di rospo, maschio e femmina, con simboli del denaro e delle carte da gioco; l’Accidia si incarna in una conchiglia, ed è dipinta con i brand di videogiochi; la Lussuria è la testa di capra ricoperta di simboli dell’industria del sesso; l’Invidia è ancora un work in progress, ma c’è già il Peccatore che è un teschio umano ricoperto da un mix di loghi, codici a barre e simboli di brand. Per vedere tutte le opere ed avere maggiori informazioni
cliccate qui.
 
FONTE: lastampa.it

giovedì 25 giugno 2015

Con il Fai rinascono gli affreschi di Lucio Sesto

 
Sono rimasti chiusi dentro casse per quasi quarant'anni, nel torpore dei magazzini del comune di Orbetello. Un tesoro di raffinati affreschi e mosaici risalenti al I secolo avanti Cristo, rinvenuti nella Villa romana di Settefinestre appartenuta a Lucio Sesto della famiglia senatoria dei Sesti, e grande amico di Cicerone, che si estendeva fra Capalbio e Orbetello.

Un patrimonio che riaffiorò durante una delle campagne di scavo più fortunate del panorama italiano, tra il 1976 e il 1981. A guidare l'impresa all'epoca, l'archeologo Andrea Carandini che proprio oggi ne firma la “rinascita” dall'oblio. Lo fa da presidente del Fai, il Fondo ambiente italiano, che mette in campo un progetto di valorizzazione.

Con il piano “Puntiamo i riflettori”, la fondazione no profit e il suo Gruppo Fai Maremma (diretto da Lalla Cibrario) sigla una liaison illuminata con la Soprintendenza archeologica della Toscana e il comune di Orbetello, per trasformare l'Ex Polveriera Guzman, già sede del Museo archeologico comunale di Orbetello, nel museo della Villa di Settefinestre, dove esporre in modo permanente tutti i reperti del territorio. Pronte già le prime risorse per avviare il restauro dei reperti.

La Villa di Settefinestre ha una sua originalità. Carandini la definisce la “Via col vento dell'antica Roma”, perché qui gli schiavi lavoravano in squadre di 10 come fossero stati operai di un'azienda capitalistica. Dobbiamo immaginarla con distese di grano, viti, olivi, con una ricca abitazione padronale, circondata da tante basse casupole costruite sul modello delle porcilaie per la manodopera addetta alla campagna. Quanto al suo proprietario: «Siamo sicuri che appartenesse a Lucio Sesto - doce Carandini - Abbiamo trovato i bolli con la sigla LS».

Le decorazioni pittoriche sono un virtuosismo del II stile pompeiano. Gli affreschi sfoggiano scene con sfondi teatrali e architetture fantastiche com'era la moda dell'epoca. I mosaici dei pavimenti regalano motivi geometrici policromi e sequenze di tarsie marmoree in perfetto opus sectile. L'originalità della Villa, secondo Carandini, sta tutta nell'impianto del complesso residenziale. La villa di Settefinestre, costruita in età repubblicana, era molto estesa, disposta su vari terrazzamenti che risalivano dal muro turrito fino alla cima della collina dove sorgeva il corpo centrale della villa, appoggiata su un sistema interno di gallerie, detto criptoportico, che si aprivano sulla valle sottostante con degli archi, quasi delle finestre. Da qui il suo nome.
 
FONTE: ilmessaggero.it

lunedì 22 giugno 2015

Dagli Uffizi a Casal di Principe. La luce dell'arte nella Terra dei Fuochi

Dagli Uffizi a Casal di Principe. La luce dell'arte nella Terra dei Fuochi
 
Arriva a Casal di Principe la mostra “La luce vince l’ombra”: opere dai grandi musei italiani per riportare la cultura nei luoghi della camorra. Emblematica la scelta del sito: una villa sequestrata a un esponente della criminalità organizzata
 
Peppe Diana era un sacerdote la cui vita, nel Sud Italia, era scandita da rintocchi di campane e liturgie. Fino al 1994. In quell'anno, all'interno della sagrestia della chiesa di cui era “titolare”  a Casal di Principe, nella provincia di Caserta, Don Peppe venne ucciso. Questa mattina, il ministro dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ha presentato proprio nella villa casertana intitolata alla memoria di Don Peppe, la mostra “La luce vince l’ombra. Gli Uffizi a Casal di Principe”.
Un'esposizione realizzata in una sede particolare, dal momento che è allestita all'interno di una casa sequestrata a un esponente della camorra. Ora, al suo interno, e fino al 21 ottobre, sono esposte venti opere d'arte, per riaffermare “il primato della legalità sull’illegalità e della cultura sull’ignoranza”. Stiamo parlando di grandi capolavori, da oli su tela di Mattia Preti, provenienti dalla Galleria degli Uffizi a un acrilico e serigrafia su tre tele di Andy Warhol, giunto  in prestito temporaneo dal  vicino Palazzo Reale di Caserta. Gran parte delle opere arrivate da Firenze fanno parte della scuola dei caravaggisti, scelti perchè i pezzi d'arte che hanno subito più danni dall'attentato mafioso del maggio del 1993 a via dei Georgofili, furono proprio a dipinti
di quella “scuola”.

La mostra, curata da Antonio Natali, direttore  della Galleria degli Uffizi (insieme con Marta Onali), e da Fabrizio Vona, direttore del Polo museale regionale della Puglia, mette insieme pezzi provenienti da alcuni dei principali musei italiani, come quello degli Uffizi, di Capodimonte, della Reggia di Caserta e di Capua.  Un'Italia intera riunita per far trionfare la giustizia e l'arte laddove prima c'erano soltanto soprusi e azioni “distruttive”.
“Le opere in mostra- ha detto Dario Franceschini, Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo - testimoniando l’importanza di una esposizione che non è solo etica, bensì il segno di una rinascita. L’augurio che mi sento di fare ai giovani e a tutta la comunità di Casal di Principe, dunque, è quello di continuare a lavorare uniti nel segno della legalità e della ‘bellezza’, sfidando pessimismo e paure, e rivendicando con orgoglio l’appartenenza alla propria terra”.

Si è parlato, per questa mostra, di nuova rinascita, facendo riferimento al fatto che, grazie alle intenzioni condivise degli Uffizi e del Comune campano, è stato costituito il gruppo degli “Ambasciatori della Rinascita, ottanta giovani del territorio, scelti e formati a Casal di Principe tra persone incensurate e vogliose di accogliere chiunque voglia vedere la mostra.
 
FONTE: Valentina Bernabei (repubblica.it)

domenica 21 giugno 2015

Un cherubino nel metrò di Kiev

 
Nella metro, nei bar, nei sottopassaggi della capitale ucraina spuntano i protagonisti dell'arte classica
 
Un cherubino si annoia nella metropolitana, due ambasciatori del ‘500 attendono al bar, Apollo suona la lira in un sottopassaggio. Come in una fusione spazio-temporale, i protagonisti di alcune delle tele più famose dell’arte classica e rinascimentale fuoriescono dalle loro cornici e invadono pacificamente e armoniosamente le strade di Kiev. Sono le opere che realizza Alexey Kondakov, giovane artista ucraino che realizza sovrapposizioni di capolavori della storia dell’arte a immagini di contemporaneità metropolitana spiccia: sottopassaggi, vagoni della metro o del tram, retrobottega disordinati, piccoli negozi di alimentari, tavole calde.

Un paesaggio tra l’onirico e il distorto, da cui nascono immagini stridenti, in totale antitesi - gli angoli della città non sono né pittoreschi, né puliti, né affascinanti – tra bellezza classica e modernità, ma che allo stesso tempo allietano il panorama cittadino come cartoline capaci di catturare il bello anche dove non c’è. Alexey fotografa da sé i contesti in cui andrà ad inserire cherubini e personaggi vari, scattando semplicemente con il suo telefono cellulare, e poi attraverso un efficace uso del fotoritocco vi posiziona i protagonisti, studiando alla perfezione pose e gestualità. E così 'Il Bacio' di Hayez si consuma in metropolitana, 'Gli Ambasciatori' di Holbein attendono al tavolo di un bar, ‘Il canto degli angeli’ di Bouguereau avviene sui mezzi di trasporto.

Alexey Kondakov è nato a Donetsk dove ha studiato alla scuola d’arte e design, ma vive a Kiev. Ha esposto in diverse città dell’Ucraina, e anche in Italia, Irlanda e Messico.
 
 
FONTE: lastampa.it

mercoledì 17 giugno 2015

Il blu di Yves Klein colora l’estate del Maca

 
La retrospettiva sarà in calendario dal 27 giugno al 25 ottobre ad Acri
 
Una mostra di respiro internazionale e colorata di blu oltremare, un’occasione per riscoprire il fascino e l’influenza di uno degli artisti più importanti del Novecento. Il Maca (Museo di Arte Contemporanea) di Acri (Cosenza) presenta «Nel Blu dipinto di Blu. Da Yves Klein, la magia di un colore nell’arte contemporanea», la retrospettiva dedicata al celebre pittore francese Yves Klein che negli anni sessanta segnò una rivoluzione con la sua serie di dipinti monocromi, i più importanti dei quali sono quelli blu, ispirati dalla visione della volta del Mausoleo di Galla Placidia di Ravenna. La mostra sarà in calendario dal 27 giugno al 25 ottobre.  
 
Partendo dalla riproduzione della `Venus Blue´ (1960) di Klein, la mostra segue l’enorme influenza che il maestro francese ha avuto sui suoi contemporanei e sugli artisti successivi, sino ai giorni nostri, trovando nell’utilizzo del colore blu il filo conduttore. Fu nel 1956 che Klein creò quella che egli stesso definì come «la più perfetta espressione del blu», un oltremare saturo e luminoso, privo di alterazioni, in seguito brevettato col nome di `International Klein Blue´ (Ikb).  
 
La mostra traccerà una storia dell’arte degli ultimi cinquant’anni attraverso l’utilizzo che alcuni dei più importanti nomi della scena contemporanea hanno fatto del blu oltremare, come Daniel Spoerri, César, Raymond Hains e Mimmo Rotella, partecipi con Klein del movimento `Nuoveau Réalisme´, e ancora Pierre Alechinsky, Victor Vasarely, Osvaldo Licini, Hans Hartung, Lucio Fontana, Mimmo Paladino, Mario Schifano e Jan Fabre, fino alle interpretazioni più contemporanee dell’utilizzo del blu monocromo, come nel caso del Cracking Art Group e del giovane Giuseppe Lo Schiavo.  
 
I solisti della Magna Graecia Flute Choir inaugureranno l’esposizione con i brani di Modugno, Strauss e Rino Gaetano (AdnKronos) - Si tratta di opere provenienti da importanti collezioni private italiane ed europee, oltre che da alcune collezioni pubbliche, come nel caso delle opere di Hartung, Licini e Fontana, della Pinacoteca Civica di Ascoli Piceno. La mostra è promossa dall’associazione Oesum Led Icima, che cura le attività e gli eventi del Maca, e realizzata in collaborazione con l’associazione De Arte-progetti e servizi per l’arte.  
 
«Il blu è l’unico mezzo artistico adatto a rappresentare ciò che è fisicamente invisibile, una sorta di virus che attacca e distrugge il corpo - afferma Francesco Poli, storico dell’arte e curatore della mostra - Un campo monocromo fa da contrappunto visivo, un intenso poema ne scaturisce, un vero e proprio documentario in cui l’interiorità dell’artista è resa visibile dall’istanza pratica veicolata dal colore, il blu, offrendoci uno sguardo sublime della sua anima». L’esposizione offrirà ai visitatori anche una serie di incursioni nella cultura popolare, in particolare in ambito musicale, come suggerisce il titolo stesso della rassegna. In occasione dell’inaugurazione, inoltre, si svolgerà la performance musicale dei solisti della Magna Graecia Flute Choir, che eseguiranno i brani `Nel blu dipinto di blu´ di Domenico Modugno, `Il cielo è sempre più blu´ di Rino Gaetano, e `Il bel Danubio blu´ di Johann Strauss.  
 
FONTE: lastampa.it

giovedì 11 giugno 2015

Art Detective, quando l’arte si tinge di giallo

 
Si apre la nuova docu-fiction di Rai Cultura dedicata ai casi più eclatanti di furto di opere d’arte
 
È uno dei pezzi più preziosi esposti al Padiglione Italia di Expo 2015. Un marmo policromo del IV secolo a.C. che rappresenta due grifoni che azzannano una cerva. Tecnicamente è un «trapezophoros», un sostegno per mensa. Questo dice l’archeologia. Ma la storia di questo prezioso reperto è anche molto più recente. Ed è tinta di giallo. 
 
È il caso che apre la nuova docu-fiction di Rai Cultura «Art Detective»: quattro puntate - ideate da Valerio Maria Fiori e Alessandra Piccinni, «showrunner» Walter Croce e Gualtiero Peirce - in onda da oggi alle 21.30 su Rai Storia e dedicate ai casi più eclatanti di furto di opere d’arte con le testimonianze degli investigatori del Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, che, in collaborazione col ministero per i Beni e le Attività Culturali, hanno recuperato oggetti di enorme valore. 
 
Come racconta la prima puntata, dedicata al «trapezophoros» e al Tesoro di Ascoli Satriano . Tutto comincia da un famoso tombarolo che in punto di morte - forse colto da un estremo pentimento per i furti commessi - chiede agli investigatori del Comando Tpc di ritrovare un eccezionale reperto da lui trafugato molti anni prima, insieme ad altri pezzi, nella zona di Ascoli Satriano (Foggia). È proprio quel sostegno per mensa. I carabinieri si trovano ad affrontare una ricerca non facile, perché il reperto è passato più volte di mano, tra mercanti d’arte e collezionisti. 
 
Fino ad arrivare al Getty Museum di Malibu, che lo ha comprato per 5,5 milioni di dollari. Nel 2007 - dopo più di vent’anni dalla sparizione - il «trapezophoros» torna in Italia, grazie all’attività dei detective del Tpc. Una vicenda, come le altre della serie, ricostruita in esclusiva, con un linguaggio che combina il fascino dell’arte con i ritmi del «crime». E sostenendo i racconti con le testimonianze dei protagonisti: investigatori, magistrati, esperti, vittime. Ma «Art Detective» è anche un viaggio nel metodo di lavoro del Tpc, un reparto d’eccellenza dello Stato, diventato un modello operativo per le polizie di altri Paesi. 
 
Tra gli altri casi, `La banda dei piedi scalzi´: nel 1998 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma tre banditi incappucciati e a piedi scalzi sequestrano le tre guardiane del museo e rapinano due quadri di Van Gogh e uno di Cezanne, tre opere dal valore inestimabile. 
 
Poi `L’identikit del mito´: a Guidonia Montecelio, all’interno della Tenuta dell’Inviolata, il veterano dei tombaroli trova la Triade Capitolina. È una scultura di tale valore da far perdere la testa a lui e alla sua banda. E allora qualcuno fa la spia e descrive a un giovane carabiniere del Tpc la straordinaria, misteriosa scultura che hanno trovato. A partire da un identikit, i carabinieri riusciranno a capire che si tratta della Triade. Lo trovano in Svizzera, pronto per raggiungere un grande museo americano. E lo riportano a casa. 
 
`Operazione Half Dollar´: il mercato dell’arte contraffatta è in costante espansione e il principale è l’arte contemporanea. Per questo i carabinieri del Tpc frequentano vernissage e gallerie a caccia di falsi. Nel 2008, durante un sopralluogo per una mostra dedicata al ventennale dalla scomparsa di Franco Angeli, i detective notano che alcuni dei quadri esposti sono troppo «freschi» per essere stati dipinti almeno vent’anni prima. Parte subito un’inchiesta: così si scopre che i falsi si nascondevano proprio nell’archivio storico del maestro della pop art italiana. Molti erano realizzati per conto di alcuni mediatori da due falsari, uno dei quali si era talmente calato nel ruolo da avere addirittura reinventato le opere originali.
 
FONTE: lastampa.it

sabato 6 giugno 2015

MP5: quando l'arcobaleno è bianco e nero

 
Lei è una giovane artista romana con origini napoletane: le sue linee, il suo stile e i suoi "colori" raccontano storie e poesie...
 
E poi ci sono artisti che ti conquistano con pochissime opere. In effetti è bastato davvero poco per essere attratto dalla fantasia e dagli stili di MP5, straordinaria artista di origini napoletane che lavora in pianta stabile a Roma ma che è spesso con la valigia in mano, in giro per il mondo, per incontrare il suo pubblico e per presentare i suoi (tanti e variegati) lavori.  Ok, un passo indietro: innanzitutto si tratta di una "lei". Fumettista, street writer e illustratrice: ha studiato scenografia per il teatro a Bologna, si è lasciata coinvolgere dalla stop motion alla Wimbledon School of Art di Londra, poi ha iniziato a sperimentare la Public Art e si è spostata in Francia per i suoi primi lavori. Oggi, con alle spalle decine di collaborazioni, con la conquista di importanti premi internazionali, fa parte dell’organizzazione di importanti festival nazionali e realizza fumetti e wall paintings in tutto il mondo.  Linee dolci e volti e corpi umani appena stilizzati sono il suo principale biglietto da visita, spesso in contrasto con forme più complesse che circondano l'apparente soggetto principale. Occhi appena abbozzati, colori quasi assenti, spesso accostati per lanciare un sottomessaggio. Prevale il bianco e nero che fa apparire i protagonisti delle sue opere murali fantasmi alla ricerca di vita e di energia. Sospesi in una dimensione spaziotemporale che non è la nostra, con atmosfere spettrali che conquistano l'attenzione del soggetto che non riesce a non fare a meno di cercare la corretta chiave interpretativa. E che, nonostante l'assenza cromatica, fa fermentare l'immaginazione come se ci fossero tutti i colori dell'arcobaleno. MP5 racconta storie, semplicemente, senza ansie morali e senza pretese artistiche. E' come si lasciasse guidare dall'istinto, come se nel suo tratto elementare si celasse tutto il suo mondo, e tutte le sue complessità. L'impatto è immediato, e forte. Piace, perché è elegante e introspettivo, senza morbosità cromatiche e sottintesi spirituali. Racconta storie, più o meno, semplici, e miti che prendono forma. Lei farà ancora carriera, e davanti a un settore che un po' maschilista lo è, soprattutto in Italia, merita un plauso particolare.
FONTE: Francesco Salvatore Cagnazzo (lastampa.it)

martedì 2 giugno 2015

Melissa McCracken dipinge la musica

 
 
Melissa McCracken è affetta da sinestesia, un fenomeno percettivo per cui quando sente un suono vede un colore
 
Melissa McCracken vede la musica. I suoni che percepisce hanno dei colori, così come le formule matematiche, le lettere dell’alfabeto, i giorni del calendario. Non si tratta di una visione metafisica del mondo, o di una ragazza dalla fantasia sfrenata, nemmeno di stati allucinatori: Melissa McCracken soffre di sinestesia, una rara condizione neurologica per cui il suo cervello percepisce gli eventi sensoriali stimolando sensi diversi da quello che accade normalmente. Quando Melissa sente un suono, vede un colore.

Si tratta di un ‘fenomeno sensoriale/percettivo che indica una contaminazione dei sensi nella percezione’ (da Wikipedia). Melissa McCracken ha trasformato questa disfunzione in arte: dipinge la musica, ascolta le sue canzoni preferite e crea dei quadri che corrispondono alle risposte sensoriali del suo cervello, dando vita ad opere che sono dei tripudi di colore, energici e armonici. Sul suo
sito ufficiale, si possono ammirare i quadri cliccando sul link che rimanda alla canzone rappresentata, e compiere un piccolo viaggio nel suo mondo per concepire l’arte (e il mondo che ci circonda) sotto una nuova forma.

Fino a 15 anni, racconta, pensava che tutti vedessero i colori ovunque come li vedeva lei. Poi un giorno chiese a suo fratello di che colore fosse la lettera C (giallo canarino, specifica) e da lì in avanti si rese conto che il suo modo di percepire le cose non era esattamente lo stesso delle altre persone. La sinestesia le fa percepire un’esperienza ‘sbagliata’ in base allo stimolo ricevuto, ma questa ‘disfunzione’ ha dato vita a qualcosa di meraviglioso, come vedere la musica. Avere la sinestesia non è disorientante, afferma, magari le rende un po’ bizzarro lo spiegare alle persone quello che percepisce, ma in un certo senso aggiunge alla quotidianità una vibrazione unica. 
 
FONTE: lastampa.it